“Pillole del Concilio di Trento: la vana fiducia degli eretici, la presunzione temeraria della predestinazione e la perdita della Grazia” di Finan Di Lindisfarne

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SESSIONE VI (13 gennaio I547)

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Capitolo IX.

Contro la vana fiducia degli eretici.

Quantunque sia necessario credere che i peccati non vengano rimessi, né siano stati mai rimessi, se non gratuitamente dalla divina misericordia a cagione del Cristo: deve dirsi, tuttavia, che a nessuno che ostenti fiducia e certezza della remissione dei propri peccati e che si abbandoni in essa soltanto, vengono rimessi o sono stati rimessi i peccati, mentre fra gli eretici e gli scismatici potrebbe esservi, anzi vi è, in questo nostro tempo, e viene predicata con grande accanimento contro la Chiesa cattolica questa fiducia vana e lontana da ogni vera pietà. Ma neppure si può affermare che sia necessario che coloro che sono stati realmente giustificati, debbano credere assolutamente e senza alcuna esitazione, dentro di sé, di essere giustificati; e che nessuno venga assolto dai peccati e giustificato, se non chi crede fermamente di essere assolto e giustificato e che l’assoluzione e la giustificazione sia operata per questa sola fede, quasi che chi non credesse ciò, dubiti delle promesse di Dio e dell’efficacia della morte e della resurrezione del Cristo. Infatti come nessun uomo pio deve dubitare della misericordia di Dio, del merito del Cristo, del valore e dell’efficacia dei sacramenti, cosí ciascuno nel considerare se stesso, la propria debolezza e le sue cattive disposizioni, ha motivo di temere ed aver paura della sua grazia, non potendo alcuno sapere con certezza di fede, scevra di falso, se ha conseguito la grazia di Dio.

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Capitolo XII.

Bisogna evitare la presunzione temeraria della predestinazione.

20 Nessuno, inoltre, fino che vivrà in questa condizione mortale, deve presumere talmente del mistero segreto della divina predestinazione, da ritenere per certo di essere senz’altro nel numero dei predestinati (117), quasi fosse vero che chi è stato giustificato o non possa davvero piú peccare, o se anche peccasse, debba ripromettersi un sicuro ravvedimento. Infatti non si possono conoscere quelli che Dio si è scelti se non per una speciale rivelazione.

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Capitolo XV.

Con qualunque peccato mortale si perde la grazia, ma non la fede.

Contro le maligne insinuazioni di certi spiriti, i quali con parole dolci e seducenti ingannano i cuori dei semplici (136), bisogna affermare che non solo con l’infedeltà, per cui si perde la stessa fede, ma anche con qualsiasi altro peccato mortale, sebbene non si perda la fede, si perde però la grazia della giustificazione. Con ciò difendiamo l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli impuri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maledici, rapaci e tutti gli altri che commettono peccati mortali, da cui con l’aiuto della grazia potrebbero astenersi (137) e a causa dei quali vengono separati dalla grazia del Cristo (138).

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Una riflessione alla luce del testo letto.

Ecco un estratto di queste salutari parole per l’anima. La chiesa contemporanea rigetta ormai questi testi del Magistero della Chiesa perchè “non vanno più di moda”. Sono diventati “vintage”. E poi hanno quel sentore di “medievale”, di “rigido” e di “pietra morale da scagliare contro il fedele”. Firmato Misericordia 2.0.

Quello che vorrei lanciare, come spunto di riflessione, è la profondità di due visioni completamente diverse del cammino cristiano.

L’una – quella da sempre predicata dalla Chiesa Cattolica – parte dal presupposto che il peccato è qualcosa di davvero grave e da prendere seriamente (nonostante tutti ci cadiamo e sovente minimizziamo): il peccato è qualcosa che seriamente DANNEGGIA L’ANIMA NEL SUO ESSERE, per questo fa perdere l’amicizia con Dio. Essendo il peccato e Dio inconciliabili, per la salvezza di una persona è una condizione necessaria morire in stato di grazia.

L’altra – quella luterana e il cui elemento cardine è stato assorbito dai membri della corrente “bergogliana” – arriva a negare i concetti (vedi sopra) perfettamente espressi nel Concilio di Trento.

E’, pertanto, evidente che possiamo davvero sottolineare che la “vana fiducia degli eretici” e la “presunzione temeraria della predestinazione” facciano ormai parte integrante di quella mentalità e di quel linguaggio della misericordia 2.0 della chiesa bergogliana.

Per quanto riguarda la perdita della grazia, il passo sopra cita una serie di peccati (e ho evidenziato l’adulterio non a caso): Amoris Laetitia si contrappone espressamente a quanto scritto in questo documento.

Dice, infatti, AL, che è possibile essere in stato di grazia anche se si vive in peccato mortale abituale (condizione del divorziato risposato che vive una seconda relazione attivamente).

Basta essere inconsapevoli. Come faccia, poi, ad essere inconsapevole un cattolico qualsiasi -che ha ricevuto l’ABC del Catechismo- in materia di adulterio (6° Comandamento), è un qualcosa che non ha alcun senso e sfiora il ridicolo.

Carissimo Papa Francesco, lei ama il calcio, e in questo articolo posso solo dare un risultato secco:

MAGISTERO 1- BERGOGLIO 0.

Finan Di Lindisfarne